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Lui & Lei

Melany,la sorella del Monco


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
09.06.2026    |    162    |    0 8.0
"Da qualche parte, a Porlamar, immaginai Miguel sul tetto di casa mentre controllava le sue gabbie con la mano destra e il moncherino sinistro..."
Margarita, al di fuori del circuito turistico, è Sud America vero. Molto meno pericolosa delle grandi città della terraferma, certo, ma comunque un posto dove bisogna sapersi muovere e prendere le giuste precauzioni.

Io vivevo il Venezuela vero.

Non abitavo più a Costa Azul, tra residence, piscine e turisti in vacanza, ma in un bell'appartamento su Calle Larez, proprio dietro l'ospedale di Porlamar, in un piccolo condominio di cinque piani con due appartamenti per piano. L'edificio era moderno, ben tenuto e, per gli standard della zona, quasi lussuoso.

Il problema era tutto quello che c'era intorno.

Il quartiere era di livello medio-basso e bastavano pochi isolati per ritrovarsi in zone decisamente più povere e molto meno tranquille. Era uno di quei posti tipicamente sudamericani dove, nel giro di poche centinaia di metri, si passava da un condominio elegante a strade nelle quali era meglio non fermarsi troppo a lungo.

Solo più tardi avrei capito che quello era stato uno dei tanti "favori" di Amador. Era riuscito a far comprare a mia madre un appartamento davvero bello, ma in una zona che nessun venezuelano benestante avrebbe scelto come prima opzione.

Io, però, conoscevo già abbastanza bene l'isola da sapere come comportarmi. Sapevo quali strade evitare, a che ora fosse meglio non girare a piedi e quando fosse più prudente prendere la macchina anche per percorrere poche centinaia di metri.

Margarita era sicuramente più sicura di Caracas e di molte altre città della terraferma, ma restava sempre Sud America.

E dimenticarselo non era mai una buona idea.

Avevo venticinque anni e la leggerezza di chi non ha ancora capito in quali guai riesce a cacciarsi.

La vidi cadere dalla bicicletta come si vede cadere qualcuno in un film comico: quella sequenza rallentata in cui capisci che sta per succedere qualcosa, ma non puoi fare niente per evitarlo.

Una buca.

Le ruote che cedono.

Lei che vola.

Mi fermai, scesi dalla macchina e la trovai seduta sul bordo della strada, con le ginocchia scorticate e una dignità intatta che, già in quel momento, mi sembrò qualcosa di raro.

Si chiamava Melanie.

In Venezuela usano spesso nomi anglofoni — non chiedetemi perché, è così e basta — ed era giusto che una ragazza come lei si chiamasse in un modo che suonasse diverso da tutto il resto.

Era alta circa un metro e settanta, aveva la pelle color caffellatte e gli occhi verdi. Gambe lunghissime. Diciott'anni e la naturalezza di chi non sa ancora di essere bellissima.

O forse lo sa benissimo e fa finta di no, che è ancora peggio.

Indossava una maglietta bianca leggera, resa quasi trasparente dal caldo e dall'umidità caraibica, e un paio di pantaloncini corti che lasciavano intravedere esattamente quanto bastava per rendere difficile guardare altrove.

La caricai in macchina con una delicatezza che non sapevo di possedere.

Pesava poco.

Profumava di cocco e di pelle scaldata dal sole.

La bicicletta finì nel bagagliaio, mentre lei si accomodò sul sedile del passeggero con le ginocchia insanguinate e uno sguardo che oscillava tra il dolore e una sorta di divertimento silenzioso per la situazione.

— Gracias — disse.

E basta.

Come se bastasse.

La portai al pronto soccorso lì accanto.

Gli ospedali venezuelani hanno un loro sistema: il medico ti visita e poi ti manda in farmacia a comprare le garze, perché le garze non le hanno.

Io andai in farmacia.

Lei aspettò con la pazienza di chi è abituato a quel modo di funzionare.

Dopo un paio d'ore uscì fasciata e con un mezzo sorriso che mi rimase in testa per il resto della giornata.

Abitava a tre isolati da casa mia.

Tre isolati.

Mentre guidavo verso casa sua pensai che il destino, quando decide di metterci lo zampino, non è mai particolarmente sottile.Quella sera le scrissi.

Con la scusa ufficiale di sapere come stava.

Con la ragione vera di sentire ancora qualcosa di quel pomeriggio.

«Ciao Melanie, sono Lorenzo. Volevo sapere come stavi.»

Ci mise un po' a rispondere. Abbastanza da farmi fissare lo schermo più del necessario.

«Sto bene, grazie. Le ginocchia fanno ancora un po' male, ma niente di grave. Sei stato molto gentile.»

Gentile.

La parola più innocua del mondo.

Eppure, letta alle undici di sera, con il ventilatore che girava sul soffitto e l'aria densa di umidità caraibica, mi sembrò carica di qualcosa che non riuscivo a definire.

Cominciammo a scriverci ogni sera.

Poi anche la mattina.

Poi nel mezzo del pomeriggio, quando il caldo di Porlamar schiaccia tutto e rende difficile fare qualunque cosa di utile.

I messaggi si allungarono.

Poi diventarono chiamate brevi.

Poi chiamate lunghe.

Parlavamo di tutto e di niente: della sua famiglia, del quartiere, dei suoi sogni, di quello che mi piaceva dell'isola.

Lei rideva facilmente.

E quando rideva, si capiva perfino attraverso lo schermo.

Dopo una settimana le proposi di prendere un gelato insieme.

Con la scusa ufficiale di controllare come stessero le ginocchia.

Le ginocchia stavano benissimo.

La gelateria era su Calle San Rafael, a dieci minuti a piedi da casa sua.

Melanie arrivò con un vestito celeste leggero che si muoveva insieme a lei a ogni passo.

Aveva i capelli sciolti, lunghi e scuri, con quei riflessi caldi che certe donne caraibiche portano come se fosse la cosa più normale del mondo.

Non era normale.

Non lo era affatto.

Mangiammo il gelato passeggiando, parlando e ridendo di cose che oggi non ricordo più, ma che allora sembravano le più importanti del mondo.

Ogni tanto i nostri gomiti si sfioravano.

Lei non si scostava.

Io nemmeno.

Quando la riaccompagnai a casa ci fermammo davanti al cancello qualche secondo più del necessario.

Uno di quei momenti in cui entrambi sanno cosa sta per succedere e nessuno vuole essere il primo a muoversi per paura di rompere l'incantesimo.

— Ci vediamo ancora? — chiesi.

Lei sorrise.

— Dipende da te.

La rividi tre giorni dopo.

La portai a cena al Rancho de Pablo, un ristorante molto conosciuto vicino al lungomare.

Pesce fresco.

Birra fredda.

Una brezza leggera che arrivava dal mare e portava con sé l'odore salato dell'Atlantico.

Melanie era diversa dalla prima volta.

Più rilassata.

Più vicina.

Con quella confidenza che nasce quando due persone hanno trascorso ore a raccontarsi cose che probabilmente non direbbero mai faccia a faccia.

A un certo punto della serata si fermò nel mezzo di una frase.

Mi guardò.

La guardai.

E ci baciammo.

Fu un bacio lento, prudente, quasi una domanda alla quale entrambi conoscevamo già la risposta.

Sapeva di frutta tropicale e di qualcosa di più difficile da spiegare.

Di inizio, forse.

Di quella sensazione rara che si prova quando si capisce che qualcosa sta cominciando davvero.

Durante il viaggio di ritorno tenne la mia mano sulla sua gamba per tutto il tempo.

Prima di scendere dalla macchina mi disse, con una dolcezza che conteneva anche un avvertimento:

— Lorenzo, però devi stare attento. La mia famiglia è molto gelosa. Soprattutto mio fratello. Potrebbe arrabbiarsi.

Annuii con la sicurezza di chi non aveva ancora capito che cosa significasse davvero quella frase in quel quartiere.

Lo capii qualche giorno dopo, quando ne parlai con Cesar, il mio amico venezuelano.

Gli dissi il nome della strada.

Gli descrissi la casa.

Gli raccontai del tipo senza un braccio che vedevo spesso davanti al cancello.

Si fermò.

Mi guardò.

— Aspetta un momento. La sorella del Monco?

— Il Monco? Sì, quello senza il braccio...

— Lorenzo, il Monco è il boss del quartiere.

Rimasi in silenzio.

— Cioè il capo della malavita di tutta quella zona — aggiunse.

Fece un'altra pausa.

— Ed è pericoloso.

Ecco.

Questo particolare non me lo aveva detto nessuno.

Sul tetto della sua casa c'erano decine di gabbie per galli da combattimento.

Miguel — perché il suo vero nome era Miguel, mentre il soprannome lo usavano gli altri — allevava quei galli con la dedizione paziente di un artigiano.

All'alba cantavano, strillavano e si sfidavano attraverso le sbarre delle gabbie con un'energia sufficiente a svegliare tutto il quartiere.

Più di una volta mi svegliai di colpo con il cuore in gola, convinto di aver sentito l'inizio di una sparatoria.

Erano soltanto i galli di Miguel che salutavano il nuovo giorno.

Lui, invece, mi osservava sempre.

Con quello sguardo leggermente storto che, nel suo caso, era quasi una descrizione letterale.

Io provavo a salutarlo.

Un cenno della testa.

Un sorriso.

Un «Buenas, Miguel».

Lui rispondeva con uno sguardo che non era ostile, ma nemmeno amichevole.

Era uno sguardo valutativo.

Lo sguardo di un uomo che non ha ancora deciso cosa fare di te e che, nel frattempo, ti fa sentire come un gallo appena arrivato davanti alle sue gabbie.

Era un martedì.

O forse un mercoledì.

A Porlamar i giorni tendono a confondersi facilmente quando fa caldo e non hai orari da rispettare.

Le avevo proposto di passare il pomeriggio da me.

La scusa ufficiale era mostrarle l'appartamento, cucinare qualcosa insieme e stare un po' tranquilli lontano dal suo quartiere.

Arrivò verso le quattro.

Il sole era ancora alto e il ventilatore, insieme alle persiane semichiuse, riusciva a tenere la casa sorprendentemente fresca.

Indossava un vestito a fiori e un paio di sandali.

I capelli erano raccolti dietro il collo con quella studiata naturalezza che certe donne sembrano possedere senza alcuno sforzo.

Sulla soglia si fermò un istante.

Guardò l'appartamento.

Poi guardò me.

— È bello — disse. — Più grande di quanto immaginassi.

— Entra.

Preparai da bere.

Succo di maracuja e un po' di rum.

Ci sedemmo sul divano.

Parlammo poco.

O forse parlammo tanto.

Non lo ricordo con precisione, perché la mia attenzione era concentrata altrove: sulla curva del suo collo, sul modo in cui si muoveva quando si appoggiava allo schienale, sul modo in cui mi osservava quando pensava che non la stessi guardando.

A un certo punto si avvicinò.

O forse fui io ad avvicinarmi.

Probabilmente entrambe le cose.

Uno di quei movimenti che non hanno mai un vero responsabile.

Il bacio fu diverso da quello della sera al ristorante.

Meno prudente.

Più diretto.

Più consapevole.

Le sue mani erano calde sulla mia nuca.

Le mie sulla sua vita.

La luce filtrava attraverso le persiane e disegnava strisce dorate sulla sua pelle, come se qualcuno avesse preparato quella scena con cura molto tempo prima.La camera da letto era fresca, quasi buia.

Il ventilatore girava lentamente sopra di noi.

Melanie si sedette sul bordo del letto e mi guardò con quegli occhi verdi che, in quella luce, sembravano quasi trasparenti. Il contrasto con la sua pelle era così bello che ci si poteva perdere dentro.

Si tolse il vestito con una naturalezza disarmante, come se fosse la cosa più semplice del mondo.

Forse per lei lo era davvero.

Per me era l'esatto contrario.

Era una di quelle immagini che il cervello decide di conservare per sempre, nei dettagli, nella luce, nel modo in cui sorrise appena prima di tendermi la mano.

Quel pomeriggio scivolò via lentamente, con la stessa lentezza del caldo caraibico che riempiva l'aria fuori dalle finestre.

Lei era presente, serena, completamente immersa in quel momento.

Io cercavo di esserlo altrettanto.

E quasi ci riuscivo.

Quasi.

Perché ogni tanto mi tornava in mente un uomo senza un braccio che viveva a poche centinaia di metri da lì, e il mio senso di tranquillità subiva improvvise interruzioni.

Quando tutto tornò quieto restammo sdraiati senza parlare.

Il ventilatore muoveva l'aria sopra di noi mentre la luce del pomeriggio cambiava lentamente colore.

Melanie aveva la testa appoggiata sul mio petto.

Fuori, in lontananza, si sentivano i galli.

— Miguel non lo deve sapere — disse infine.

— No — risposi.

Ci fu una breve pausa.

— Per ora — aggiunse.

E in quel "per ora" c'era qualcosa che avrei dovuto capire molto prima.

Le settimane successive furono tra le più belle e le più nervose della mia vita.

Una combinazione che, tutto sommato, consiglio a chiunque almeno una volta.

Ci vedevamo quasi ogni giorno.

A volte passeggiavamo sul lungomare di Porlamar al tramonto.

Altre volte giravamo per i mercati.

Oppure andavamo in una piccola spiaggia poco distante, dove la sabbia era bianca e il mare aveva quel turchese così perfetto da sembrare irreale.

Melanie in costume da bagno rappresentava un serio problema per la mia capacità di ragionamento.

Mi guardava dall'acqua e rideva.

E io capivo perfettamente perché certi uomini prendano decisioni discutibili.

Altre volte restavamo a casa mia.

Quei pomeriggi con le persiane abbassate erano una parentesi sospesa nella quale il resto del mondo smetteva semplicemente di esistere.

Miguel.

I suoi galli.

Il quartiere.

Tutto rimaneva fuori.

Imparammo le reciproche abitudini, i silenzi, i ritmi.

Lei aveva un modo tutto suo di appoggiarsi allo stipite della finestra con un bicchiere in mano e osservare il mondo fuori.

Era una delle immagini più belle che avessi mai visto.

Quando glielo dicevo scuoteva la testa come se stessi esagerando.

Non stavo esagerando.

Una sera, mentre la riaccompagnavo a casa, mi confessò che stare con me la faceva sentire al sicuro.

Considerato il contesto familiare da cui proveniva, capii che non era un complimento qualunque.

Davanti al cancello di casa sua ci scambiammo un bacio veloce.

Poi sparì all'interno.

Io rimasi qualche secondo a osservare il portone chiuso, con i galli che si agitavano sul tetto e la sensazione che Miguel, da qualche finestra, stesse controllando ogni mia mossa.

Buenas noches, Miguel, pensai.

E tornai a casa.

Il giorno in cui Miguel mi disse:

— Scendi. Entra.

capii immediatamente che non avevo molte alternative.

Mi fece accomodare al tavolo della cucina.

Si sedette di fronte a me.

Aveva il moncherino sinistro che terminava poco sotto la spalla e un'autorevolezza tranquilla che non aveva alcun bisogno di alzare la voce.

Poi estrasse una pistola e la posò sul tavolo tra noi.

Non la puntò.

La posò.

Con la calma di chi sa che non ce n'è bisogno.

Il rumore che fece contro il legno fu breve e definitivo.

Come una frase che non ammette discussioni.

— Parliamo — disse. — Che intenzioni hai con mia sorella?

Le gocce di sudore che iniziarono a scendermi lungo la schiena furono probabilmente le più veloci della mia vita.

Guardai la pistola.

Guardai lui.

Di nuovo la pistola.

Di nuovo lui.

Alla fine decisi di concentrarmi su Miguel.

La pistola, francamente, non sembrava disponibile al dialogo.

— Miguel, Melanie mi piace moltissimo. La rispetto. È una ragazza straordinaria...

— Tela sei scopata?

Ci fu un silenzio enorme.

— Miguel, sono cose private...

— Ti ho fatto una domanda.

Dimmi la verità.

Feci il calcolo più rapido della mia vita.

Mentire a un boss con una pistola sul tavolo oppure dire la verità.

La verità sembrava rischiosa.

La menzogna sembrava peggio.

— Sì. Stiamo insieme. Ci vogliamo bene.

Miguel non batté ciglio.

— Allora devi cominciare a pensare di sposarla.

Sentii il sudore aumentare sensibilmente.

Cercai una risposta diplomatica.

Intelligente.

Rassicurante.

Trovai soltanto:

— Miguel, siamo ancora giovani. Vediamo come va. C'è tempo...

— Il tempo ce l'ho io — rispose con calma. — Tu devi decidere.

Fu in quel momento che la porta si aprì.

Melanie osservò la scena per meno di un secondo.

Io pallido.

Suo fratello seduto.

La pistola sul tavolo.

— Miguel. Basta.

Solo due parole.

Ma bastarono.

Miguel alzò gli occhi verso di lei.

E in quello sguardo capii tutto.

Quell'uomo che controllava un intero quartiere, allevava galli da combattimento e girava armato era completamente, irrimediabilmente devoto a sua sorella.

Melanie mi prese sottobraccio e mi portò fuori come se stesse recuperando qualcosa che le apparteneva e che qualcuno aveva momentaneamente spostato nel posto sbagliato.Per strada, mentre riprendevo colore nel senso più letterale del termine, Melanie camminò in silenzio per quasi un isolato.

Poi si voltò verso di me con una leggerezza quasi offensiva, considerata la situazione da cui ero appena uscito.

— Ma perché non mi vuoi sposare?

La guardai.

— Io ti amo — dissi. E lo pensavo davvero. In quel momento lo pensavo davvero. — Ti sposerei. Ma siamo giovani, no? Abbiamo ancora tutta la vita davanti.

— Miguel non la vede così.

— Miguel ha anche una pistola. Questo tende a modificare un po' la prospettiva.

Lei scoppiò a ridere.

Era una risata che partiva piano e poi esplodeva all'improvviso, con la testa leggermente all'indietro.

Mi prese la mano e continuò a camminare accanto a me.

E io pensai che, tutto sommato, esistevano situazioni peggiori che essere innamorato di una ragazza bellissima il cui fratello voleva convincerti al matrimonio con una pistola sul tavolo.

Poi pensai al mio volo di ritorno in Italia.

E iniziai a contare i giorni.

La sera prima della partenza andammo al mare.

Una spiaggia poco fuori Porlamar, quasi deserta a quell'ora.

Il sole stava scendendo verso l'orizzonte e colorava tutto di arancione e rosa, in uno di quei tramonti caraibici talmente belli da sembrare irreali.

Melanie sedeva sulla sabbia con le ginocchia raccolte al petto.

Le stesse ginocchia che, poche settimane prima, avevo visto sanguinare sull'asfalto.

Ora erano perfettamente guarite.

Guardava il mare con un'espressione che non riuscivo a interpretare fino in fondo.

— Torni.

Non era una domanda.

— Torno.

Nemmeno quella era una promessa.

Era semplicemente ciò che credevo sarebbe accaduto.

Restammo lì fino al tramonto.

Poi fino al buio.

Poi tornammo a casa.

Quella notte fu diversa da tutte le altre.

Più lenta.

Più intensa.

Più consapevole.

Aveva la malinconia dolce delle cose che sai stanno per finire, anche se non vuoi ammetterlo.

Ogni tanto Melanie mi guardava come se stesse cercando di memorizzarmi.

Come se stesse scattando fotografie con gli occhi.

Io facevo la stessa cosa.

E per una notte intera riuscii perfino a dimenticare Miguel, i suoi galli, la pistola e il matrimonio.

All'alba la riaccompagnai a casa.

Ci salutammo in silenzio.

Con un abbraccio lungo che nessuno dei due aveva voglia di interrompere.

Poi il cancello si chiuse.

Sul tetto, i galli cominciarono a cantare.

A salvarmi fu il volo di ritorno in Italia.

In quegli anni vivevo così: due mesi in Venezuela, quattro o cinque in Italia, poi di nuovo dall'altra parte dell'oceano.

Partii con la sensazione di aver lasciato una partita a metà.

Di quelle che non sai se vincerai, perderai o semplicemente smetterai di giocare.

All'inizio ci sentimmo tutti i giorni.

Poi quasi tutti.

Poi a giorni alterni.

Le telefonate si fecero più brevi.

I messaggi più radi.

Gli intervalli tra una conversazione e l'altra si allungarono lentamente.

Non erano silenzi.

Erano distanze.

Non lo dissi mai ad alta voce, ma sentivo che qualcosa stava cambiando forma.

Come succede a tutte le cose quando viene a mancare la presenza fisica che le tiene unite.

Circa un mese e mezzo dopo ricevetti un messaggio.

«Lorenzo, scusami. Non mi sembra corretto continuare a non dirtelo. Ho conosciuto un'altra persona.»

Lo lessi una volta.

Poi una seconda.

Poi una terza.

Più per abitudine che per incredulità.

E subito dopo tirai il respiro più lungo, più profondo e probabilmente più sollevato della mia vita adulta.

Mi ero innamorato di una ragazza bellissima su un'isola caraibica.

Avevo trascorso settimane meravigliose.

Avevo affrontato il fratello più inquietante che abbia mai conosciuto.

Avevo visto una pistola comparire sul tavolo davanti a me.

Ed ero riuscito a tornare a casa con tutti i pezzi al loro posto.

In fondo, era andata bene.

Le risposi:

«Sono contento per te, Melanie. Abbi cura di te.»

E lo pensavo davvero.

Fuori dalla finestra, in Italia, pioveva.

Da qualche parte, a Porlamar, immaginai Miguel sul tetto di casa mentre controllava le sue gabbie con la mano destra e il moncherino sinistro.

Probabilmente stava già studiando il prossimo sfortunato pretendente destinato a sedersi davanti a lui.

Gli augurai buona fortuna.

A Melanie.

A Miguel.

E, soprattutto, a quel poveraccio.
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